Vecchia e nuova schiavitù

 

La vecchia schiavitù

 

In precedenza, nel 1794, solo la Francia illuminista aveva alzato la voce contro il millenario fenomeno, considerandolo disumano ed anacronistico, seguita poi dalla Danimarca nel 1796, dall'Olanda nel 1814 e dalla Svezia nel 1815. Nel 1815 per la prima volta la schiavitù è condannata in Europa con la Dichiarazione relativa all’abolizione universale della tratta degli schiavi. Alla metà dell’Ottocento la compagnia assicurativa Aetna emetteva ancora polizze sugli schiavi, sebbene l’abolizione del commercio degli stessi negli USA risaliva al 1808.

L’ultimo Stato del continente americano a liberare gli schiavi fu il Brasile, nel 1888.

Nel 1926 la Società delle Nazioni elaborava per la prima volta la definizione giuridica internazionale della schiavitù.

Gli ultimi stati a dichiarare illegale il commercio degli schiavi sono stati nel 1962 l'Arabia Saudita e nel 1981 la Mauritania.

 

 

 Schiavitù ha sempre significato perdita del libero arbitrio e della libera scelta, con l’aggiunta di violenze esercitate dal padrone o dai membri dell’apparato di potere.

Giuridicamente erano schiavi, ma godevano di un certo rispetto della popolazione a causa delle loro abilità.

Fino all’età Moderna lo schiavismo si fondava sulla proprietà dello schiavo da parte del padrone.

Lo schiavo passava in proprietà all’erede del padrone, quando questi fosse morto.

Questo voleva dire che, a fronte dell’alto investimento necessario per l’acquisto dello schiavo, il padrone doveva detrarre dai profitti derivanti dal lavoro schiavistico le spese necessarie al controllo, al vitto, all’alloggio, alle cure mediche dello schiavo nei suoi anni migliori; al vitto e all’alloggio in vecchiaia.

Un ultimo aspetto della schiavitù tradizionale era rappresentato dell’elemento etnico. Le modalità relative alla riduzione in schiavitù, alla durata, alla durezza dello sfruttamento degli schiavi nel mondo contemporaneo cambiano a seconda di paese in paese.

In Alabama, nel 1850, uno schiavo agricolo costava 1.500 dollari (circa 30.000 dollari in valuta corrente). Le vittime di questa nuova tragedia sono in larga parte donne e bambini appartenenti agli strati più indigenti della popolazione e, a differenza dello schiavismo in auge fino alla seconda metà dell’Ottocento, le componenti etniche, culturali e religiose cedono il posto all’appartenenza di classe e alle domande del mercato.

 

 

Nuove schiavitù

 

Ad esempio, molti dei migranti provenienti dai paesi del sud del mondo si impegnano a pagare un somma ai trafficanti che, d’accordo con altri gruppi attivi nel paese di destinazione, attendono l’arrivo della merce umana. Le vittime, per disobbligarsi dai debiti contratti per pagare il viaggio dovranno accettare, a rischio di subire altre violenze, di entrare nel circuito del lavoro nero o della prostituzione. In altri casi, infine, i reclutatori intascheranno sia il pagamento per il passaggio da parte del migrante che quanto pattuito da parte dell’acquisto di schiavi all’atto della consegna.

 

Un’altra via molto praticata è quella del debito.

 

È facile che famiglie povere si indebitino con usurai implicati nel commercio degli schiavi, i quali, chiedendo la restituzione del proprio credito (di solito aggravato da tassi d’interesse elevatissimi) possono in alternativa decidere di considerare annullato il debito in cambio di una contropartita umana: un bambino da avviare al lavoro nelle fabbriche o nelle piantagioni vita natural durante; una bambina da utilizzare come domestica e da avviare allo sfruttamento sessuale per poi rivenderla ad altri padroni.

 

In altri casi invece vengono offerte alle famiglie somme di denaro come anticipo di guadagni di un ipotetico lavoro che, si dice, si troverà al bambino o alla bambina; sulla base di tale debito inizierà lo sfruttamento.

Nel mondo sono milioni le persone cadute nelle spirale del lavoro obbligato.

 

Milioni di bambini sono altresì sfruttati sul mercato della prostituzione e della pornografia. Nei casi più estremi, oltre ad essere gravemente esposte al lavoro schiavistico, le donne sono i soggetti maggiormente indifesi rispetto alle piaghe dell’abuso fisico e della schiavitù sessuale. Molte giovani donne, in particolare nei paesi poveri, sono entrate, ancora bambine, nel mondo della prostituzione a causa del circolo perverso nel quale sono state precipitate da genitori o parenti che ne hanno abusato sessualmente in tenera età.

 

Il discorso fatto per le donne è attinente anche ai bambini. Quel qualcuno, turista o locale, ha approfittato della fame, della povertà, della giovanissima età, della naturale e ovvia ingenuità di un bambino analfabeta e privo di genitori che sappiano, vogliano e possano badare a lui. Soprattutto, sono schiavi.

 

I nuovi schiavi sanno benissimo che la loro schiavitù è illegale. Nel dicembre del 2000, l’ONU dichiarava che nel mondo almeno 200 milioni di persone vivono in condizioni di schiavitù; 100 milioni di queste sono bambini.

 

Ogni anno almeno 100.000 donne immigrate negli USA sono costrette a prostituirsi; nel solo Giappone se ne contano 50.000. Stiamo parlando di due dei paesi più ricchi del globo, in cui una donna asiatica viene venduta per 20 dollari. Di questi, circa 7.000 vengono incassati dagli sfruttatori della ragazza; il resto rimane alla giovane per sopravvivere.

 

Nessun angolo del mondo è immune dal dramma della schiavitù sessuale; oggigiorno, circa 2 milioni di donne, in tutto il mondo sono oggetto di traffici illegali.

 

In Italia, nel 1996, si calcolava che ci fossero tra le 19.000 e le 25.000 prostitute straniere, 2.000 delle quali erano state oggetto di traffico di esseri umani.

All’inizio del 2001 le prostitute straniere in Italia erano circa 35.000, 3.500 della quali considerabili schiave.

 

L’Italia non è immune dal dramma dello sfruttamento sessuale dei minori. Nel 1998 i procedimenti per violenza sui minori sono aumentati del 17%. Circa 8.200 bambini chiamano ogni giorno Telefono Azzurro.

 

Secondo “Human Right Watch”, il 10% dei 900.000 bambini nepalesi che lavorano nell’industria dei tappeti sono stati sequestrati, un altro 50% (450.000 bambini) è stato invece direttamente venduto dai genitori. Alcuni lavorano nelle fabbriche di giorno e nel mercato del sesso la notte.

 

Secondo tali stime a tutto il 1998 erano globalmente 700.000 le persone oggetto del traffico di schiavi del sesso. Di queste, 40 o 45 mila erano destinate al “mercato” statunitense. L’Asia sud-orientale (Cina, Filippine e Thailandia) è la regione che fornisce ogni anno il maggior numero di esseri umani al traffico del sesso, più di 200.000 donne e bambini.

Il 60% di questi finisce nel “giro” delle città della stessa Asia sud-orientale. Nel 1997, 3.000 schiave del sesso sono state trasportate in Nord-America e altrettante in Asia meridionale e in Giappone; 65.000 donne e bambini sono finiti nell’Europa Occidentale; 15.000 in quella orientale; 10.000 in Medio Oriente; 1.000 in Africa, che a sua volta vede partire almeno 60.000 donne e bambine, destinati al mercato del sesso.

 

Dall’Europa orientale invece, nel 1998 sono partite circa 75.000 schiave.

Sempre stando ai dati del 1998, 150.000 donne e bambini sono ogni anno rapiti o comprati in Asia Meridionale e vengono dirottati sui mercati del sesso nordamericani, medio orientali, europei occidentali, giapponesi e del sud est asiatico, mentre 100.000 schiavi centro e latino americani finiscono in nord America, Asia ed Europa Occidentale.

Nella migliore delle ipotesi, ciò a cui vanno incontro le vittime del traffico è lo stupro.

Secondo Kevin Bales, sociologo inglese (che ha iniziato a studiare il fenomeno della schiavitù nei primi anni Novanta), il numero degli schiavi è inferiore alla cifra denunciata dall’ONU (più di 200 milioni di individui).

 

Fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/

 

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