Capitalismo:
civiltà della menzogna
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L’intellighenzia borghese mentisce spudoratamente e sistematicamente: il fatto, continuo e generalizzato, è divenuto un costume tanto che quasi nessuno più se ne accorge. Si
veda, ad esempio, l’uso del termine “pubblicità”, per indicare quella
dilagante e sempre più stomachevole e deturpante spazzatura commerciale che
inonda tutte le televisioni, quelle cosiddette pubbliche comprese. Priva
dell’attributo qualificativo “consumistica”, quella parola pare
addirittura rifarsi a qualcosa d’innocente e di compatibile con una civiltà
di alto livello, quale vuole essere la nostra. Al contrario, l’attributo
omesso introduce il concetto di menzogna, di frode logica e di espediente
“subliminale” e di quant’altro serve a far giungere ai lettori solo
l’immagine accattivante e persuasiva di un prodotto e nient’affatto la sua
vera identità scientifica e, a seconda dei casi, utilitaria, dietetica,
farmacologica e così via. Quella che manca è proprio la VERA pubblicità, cioè
la resa di pubblica ragione delle caratteristiche dei vari prodotti perché il
cittadino-consumatore scelga con cognizione di causa. No, nel mondo capitalista
il consumatore, smentendo ancora una menzogna, quella della libera scelta, non
deve scegliere ma solo fungere da automa consumista “che finge di
scegliere”!
Nella
pubblicità-menzogna farmaceutica – anche questa operata nel pieno rispetto
delle leggi di uno Stato sedicente di diritto e che è perfino in evidente
aumento – c’è finanche un dettaglio che non si sa se definire più
grottesco che puerilmente ridicolo. Si tratta delle avvertenze, contenute di
norma nei foglietti illustrativi allegati ad ogni confezione, secondo le quali
il prodotto può avere effetti collaterali e/o che comunque non va assunto sotto
o sopra una certa età, in istato di gravidanza, in contemporanea con altri
farmaci e così via. Ebbene, tali avvertenze, che sono della massima importanza
per la salute del futuro consumatore, vengono lette con una tale fretta che
talora si stenta a percepirle, più che mai da orecchie anziane o malate,
possibilmente da parte di soggetti a maggiore rischio.
Ma in tal modo l’inserzionista assolve ad un obbligo di legge, la quale
non gli impone il dovere rendere percepibile il messaggio più importante per i
destinatari, e mostra di essere interessato solo al consumo indipendentemente
dagli eventuali effetti nocivi del prodotto.
Certo, l’acquirente intelligente legge il foglietto allegato – per
quello che ci comprende – ma chi intelligente non è? Tutto sommato, aumenta
la “farmacofagia” a danno della salute. Per fortuna qualcuno riesce ancora a
sfuggire al condizionamento consumistico e questo lascia sperare in una futura
supremazia del soggetto autonomo.
Abbiamo fatto solo un esempio. Potremmo portare anche quello del calcio, un groviglio di menzogne (ed ora anche di intrighi affaristici) che merita un articolo a sé. Intanto, per ovvii motivi di spazio, devo accontentarmi di cenni sul linguaggio truffaldino della logica capitalistica. Per riuscirci basta partire da una cima (come abbiamo appena fatto) o dalla base. Come per la moltiplicazione, cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia. Il capitalismo, si dice, è basato sulla libera attività economica più propriamente sull’imprenditorialità, insomma sull’impresa. “Attività economica” è proprio una locuzione che fa a pugni con sé stessa, perché l’economia è, nella sua natura, una matematica, la quale non è libera perché segue leggi precise e inderogabili. Ma noi la prendiamo per buona.
Mente
anche la Costituzione quando all’art. 41 spaccia la libera iniziativa
economica come una “libertà civile”! Ultimamente, anche a sèguito della
famigerata legge Biagi – retaggio di una vittima inutile -
(che speriamo sia svuotata della sua essenza “forestale” alias
neoliberista ) si è parlato di cultura imprenditoriale e di educazione
all’impresa.
Anche
qui manca l’attributo “qualificativo” “affaristica”. L’impresa è
infatti, un’iniziativa che si propone di produrre e vendere (leggi:far
consumare) qualcosa al fine di ricavare profitti ovvero di “fare buoni
affari”. Nessuno si sognerà di dire che la Fiat sia una fondazione di
pubblica beneficenza anche se la carità può anche farla in certe occasioni per
darsi una parvenza di “fratellanza umana”! Ma la Fiat –
come questa tutte le imprese che si rispettino; come tutte le altre
industrie automobilistiche – deve anzitutto far tornare i propri conti, in cui
sono compresi i lauti autocompensi dei suoi fautori, insomma deve far consumare
e la “pubblicità” del settore
è così efficace che l’auto è diventata un oggetto di consumo come gli
accendini e i cellulari. Che questo consumo abnorme – sempre meno sostenibile
dall’urbanità e dal clima – sia appunto nocivo, nulla importa ai
responsabili, ciascuno dei quali è diventato intanto - e per effetto dei lauti
compensi – un “padreterno” del sistema con entità abitative principesche
e conforts, che lo separano nettamente da coloro che hanno contribuito ai quei
“buoni affari”.
I
“padroni del vapore” (ché tali sono rimasti) hanno sempre un argomento ad
effetto che traducono in queste parole: “noi diamo lavoro!” Così ci viene
buttata in faccia un’altra grande menzogna: l’impresa non dà lavoro ma ha
bisogno di lavoro e per questo “lo compra” e lo fa al minor costo possibile.
Il comprar lavoro è un “effetto secondario-strumentale” (come quello di
fornire un motore di carburante), non il fine dell’impresa.
Altra
menzogna è l’uso e l’abuso della parola economica, a cui i fautori delle
imprese fanno riferimento ad ogni piè sospinto, non dimenticando di aggiungere
la parola “paese” (al cui bene sono votati!). Infatti, la parola economia
significa amministrazione della casa e, per estensione, di un popolo, secondo
equità e bisogno. Essa pertanto contiene il senso di giustizia distributiva.
L’affarismo – di cui agli investimenti, alla concorrenza o competitività,
alla pubblicità (consumistica), alle rendite, agli interessi parassitari (cioè
senza lavoro personale, come il risparmio azionario), alle borse e perfino alle
banche, in breve al ludismo finanziario o monetocrazia – non ha niente a che
vedere con l’economia.
L’economia
– di cui ci parlano i bugiardi del sistema – è la predonomia:
l’arte-scienza del predare e depredare di diretta derivazione forestale e che
pertanto si incentra nell’impresa come libera attività predatorio-affaristica.
E’
evidente che questo discorso esclude automaticamente tutte quelle imprese a
gestione personale o familiare ove non c’è sfruttamento del lavoro altrui e
che producono quel tanto che basta alla sussistenza decorosa dei suoi soli
fautori.
Quando
i nostri economisti smetteranno di mentire su tutti i fronti, allora sì che si
potrà cominciare a parlare di una civiltà del sociale e dell’uomo impegnato
nel benessere dei propri simili come condizione del proprio benessere e dove,
grazie all’uso di una moneta vera e propria, fenomeni come quello del debito
pubblico potranno solo fare ridere di commiserazione sulla barbarie che fu. Carmelo
R. Viola – crviola@mail.gte.it (Civiltà
della menzogna . 23.05.05 – 2288)
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